Il Carso segreto: storie e aneddoti

Quando i racconti si tramandano e le confessioni rumoreggiano, ecco che le narrazioni diventano misteriosi segreti. Il Carso è una terra che, a seconda delle stagioni e del clima, può colorarsi di spettri in bianco e nero o scaldare la luce del sole fino ad illuminarsi d’immenso. Sono le storie degli uomini e delle donne rimaste intrappolati tra le scrostature del calcare, nelle grotte o alla base di giganti roveri sopravvissuti alle tante guerre di cui questo altipiano è stato vittima. Vicende silenziose, passate di bocca in bocca senza che nessuno, o quasi, le mettesse in discussione; rappresentano la dimensione sconosciuta dai più, custodita gelosamente dai pochi che conoscono la mappa. 

Molte di queste storie si trovano sui libri che trattano il Carso e sul web (il sito www.carsosegreto.it, ma anche la stessa pagina Facebook Misteri e Meraviglie del Carso).  

Quel francese innamorato di Gropada

Sulla strada che da Gropada conduce al borgo di Sežana (in Slovenia) ci si può imbattere in uno dei primi e più celebri segreti del Carso: la quercia di Napoleone. Considerata taumaturgica dalle leggende popolari, questo albero secolare ha sicuramente vissuto il passaggio dei soldati del Corso (venivano legati i cavalli al suo tronco) ma è molto probabile che il Bonaparte non abbia mai deciso di appoggiare la sua schiena a questo grande rovere. In Europa, infatti, sono migliaia i luoghi e le località dove, dopo la parabola discendente del grande condottiero francese, le leggende iniziarono a circolare, contribuendo a diffondere il suo mito. 

Foto: https://www.carsosegreto.it/

Un piccolo segreto? La presenza delle truppe napoleoniche è attestata anche dalla storia di un soldato francese che mentre si trovava a Gropada, a causa di un paio di stivali sbagliati e delle piaghe che lo facevano soffrire, venne lasciato indietro dagli altri militari. La leggenda vuole che successivamente abbia abbandonato la divisa e incontrato una ragazza del paese. Forse, durante la loro storia d’amore il francese e la carsolina si saranno seduti più volte sotto quella quercia antica e magari, con il passare degli anni, tale Memon avrà raccontato al figlio curioso la storia di quando Napoleone e le sue truppe giunsero a Trieste. Nella stessa zona, in un’area chiamata Goli Vrh (cima nuda, calva) nella boscaglia si trovano due forti austriaci costruiti proprio in epoca napoleonica che vennero riadattati durante il primo conflitto mondiale, senza fortuna. Le loro tracce oggi sono pressoché introvabili, dimenticate e nascosto come il più classico dei segreti. Se si prosegue lungo il sentiero che conduce verso la Slovenia si giunge a Lipica (Lipizza in italiano), culla dei famosi cavalli lipizzani che qui vengono allevati fin dal Cinquecento.

Il soffio del fiume della notte: le innocue burrasche

Non è propriamente un segreto ma il suo mistero è capace di affascinare chiunque. Gli esperti appassionati lo chiamano la “quintessenza del Carso”, una fusione di emozioni sotterranee per niente superficiali e conosciuto dai paesani di Trebiciano da secoli. La valletta chiamata “Recca, Pr’rjéke” (in italiano anche dolina dei Sette nani) nei pressi del ben più celebre abisso di Trebče (Lobodnica jama in sloveno), è uno degli sfiati del fiume Timavo. E’ un punto dove già negli anni Venti dell’Ottocento furono effettuati alcuni scavi allo scopo di individuare una vena d’acqua da portare a Trieste. Nelle giornate autunnali caratterizzate da grandi piogge, la dolina si trasforma in una sorta di mongolfiera carsica. La valletta si riempie d’aria che sbuffa dagli inferi, mischiata all’acqua che ribolle dalla terra. Il segreto non sta tanto nella località (che gli speleologi e gli appassionati conoscono bene) quanto nel saper individuare la giornata giusta. Novembre è un mese buono, ma per divenire spettatori di questa meraviglia bisogna saper scegliere.

Le confessioni, il chiacchiericcio e le leggende

Nel territorio di Dolina esiste un’edicola votiva dedicata a San Giovanni Nepomuceno, santo che leggenda vuole come confessore della regina Giovanna di Baviera. Il piccolo tempietto, rinchiuso e protetto da una rete, lo vede scolpito in una posa quantomeno originale. San Giovanni si sta portando il dito sulla bocca, come ad indicare l’obbligo del segreto confessionale. Ebbene, la statua potrebbe nascondere un segreto. Il re nutriva dei dubbi sulla fedeltà della regina e chiese al santo di rivelargli la confessione fatta dalla sua sposa. Sempre secondo la leggenda, Giovanni si oppose e non ne rivelò i contenuti. Per questo motivo, venne gettato vivo nella Moldava, fiume dove annegò. Al di là delle interpretazioni, la statua è curiosamente legata al silenzio che ritroviamo nei segreti, nelle stanze inaccessibili dove la verità non è di casa, e dove il carattere confessionale del chiacchiericcio alimenta la natura di questi luoghi: un po’ come se dovessimo aver a che fare con una dogana gestita da contrabbandieri, ve la immaginate? 

Trieste e il Carso: la guerra e i segreti da svelare

Uno dei segreti che ancora oggi e troppo spesso sopravvivono nelle anime degli innamorati della propaganda è quello relativo alla conquista italiana del Carso durante la Grande guerra. La narrazione aizzata dal giornalismo interventista e codificata in virtù di un irredentista e romano disegno di conquista, trova conferma nelle tavole che Achille Beltrame realizzò per la Domenica del Corriere, dal 1915 al 1918. Quella malcelata matrice che preannuncia l’oscurità del fascismo e del nazionalismo di regime è già evidente, checché non ne dicano Dino Buzzati, Emilio Radius e Guglielmo Zucconi nella prefazione del catalogo della mostra andata in scena nella galleria Tor Bandena nel 1968: Tavola 1: “L’esercito italiano è in marcia: scompare l’ingiusto confine, cadono gli emblemi del nemico, 6-13 giugno 1915” oppure “22-29 agosto 1915, il volo di D’Annunzio su Trieste, il Poeta lancia patriottici messaggi ai nostri fratelli – la fine del vostro martirio è prossima“. 

Queste sono solamente alcune delle tavole dell’epoca. Le narrazioni fanno sì che l’Italia guardi alla conquista e alle imprese sul Carso con orgoglio e nascondendo un sacrosanto segreto. Come dicono gli inglesi, “War does not determine who’s right, only who’s left”. Buona parte dei racconti di guerra sul Carso fanno parte di un grande quadro narrativo. Sta alle persone cercare di approfondire e di comprendere il significato della massima di Bertrand Rusell, come pure affidarsi alle storie nascoste dell’Altro.

Il paradosso del gatto e un premio Nobel

Durante la Prima guerra mondiale, sul Carso transitarono migliaia di giovani soldati. Uno di questi era Erwin Schrödinger, fisico quantistico che nel 1933 ottenne il premio Nobel per la fisica e ricordato soprattutto per l’esperimento del paradosso del gatto. «Si possono anche costruire casi del tutto burleschi. Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme alla seguente macchina infernale (che occorre proteggere dalla possibilità d’essere afferrata direttamente dal gatto): in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora forse uno dei suoi atomi si disintegrerà, ma anche, in modo parimenti probabile, nessuno; se l’evento si verifica il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro. Dopo avere lasciato indisturbato questo intero sistema per un’ora, si direbbe che il gatto è ancora vivo se nel frattempo nessun atomo si fosse disintegrato, mentre la prima disintegrazione atomica lo avrebbe avvelenato. La funzione dell’intero sistema porta ad affermare che in essa il gatto vivo e il gatto morto non sono degli stati puri, ma miscelati con uguale peso». 

Non sappiamo con precisione se la famosa teoria fosse stata concepita proprio sul Carso, ma grazie alle cronache da lui redatte, sappiamo con esattezza che “dopo un breve periodo al fronte fummo richiamati nei pressi di Sistiana. Da qui ci trasferirono in un posto di osservazione nelle vicinanze di Prosecco, in una bella posizione ma tremendamente noiosa, circa trecento metri sopra Trieste. Là venne una volta a visitarmi quella che sarebbe diventata mia moglie, Annemarie. In una successiva occasione il visitatore fu il principe Sisto di Borbone, fratello della nostra imperatrice Zita”. Storie segrete, scritte dagli uomini e dalle donne che, anche solo per un anno, o per pochi mesi, hanno vissuto il Carso. La guerra lo trasformò in un posto infernale o noioso, dove lo scorrere del tempo venne interrotto e fatto ripartire secondo regole nuove e lancette diverse. Ripartire da zero o semplicemente studiare il suo passato può mostrarcelo per quello che è stato, per quello che è.

Le scritte, le parole lasciate precipitare

Quando si parla della Rotta balcanica attuale, quella che i migranti percorrono dai campi profughi della Bosnia per giungere in territorio italiano, si dimentica spesso che il Carso è da sempre terra di transito. Uno dei segreti – e dei misteri – che legano il tema delle migrazioni di un tempo al fenomeno contemporaneo, è quello riferito ai cittadini rumeni Mereg Csalad, Ladislau Kovacs, Pal Telsu, Kalman Telsu e Virgil Suciu. I loro nomi sono scolpiti dal 1973 sulla vedetta Alice, nei pressi del parco Globojner. Sono persone di cui non si sa niente. Nessuno ha mai indagato sulle loro storie, su dove vivano oggi, sul tragitto che intrapresero all’epoca per giungere fino in Italia. A quel tempo, infatti, la Cortina di ferro divideva il mondo in due parti: l’est e l’ovest. Arrivarono sul Carso dopo giorni e giorni di viaggio e proprio qui, a due passi da Trieste, scrissero i loro nomi su questo punto d’osservazione amato soprattutto dai triestini. La Romania era governata dalla dittatura di Ceausecu e in moltissimi rumeni fuggirono letteralmente dal regime comunista di Bucarest. La decisione di congelare la loro esperienza a perenne memoria venne presa per dare un aiuto ai tanti che qui giungevano dai Balcani? Non lo sappiamo. È un vero e proprio segreto, che tuttavia regala una pagina di storia passata che oggi come oggi riacquista, con forza, la sua attualità all’insegna della libertà di migrare. 

Lo stupore e la meraviglia: il Carso segreto

Di segreti sul Carso se ne trovano a centinaia. Sono, a tutti gli effetti, parte della storia di questi luoghi. Confinati tra l’altipiano e l’Adriatico, dall’Istria fino alle alture del Goriziano, gli uomini e le donne hanno modellato questa terra rendendo evidenti le dimensioni nascoste: a renderle misteriose e segrete sono la geologia dell’umano e la speleologia delle confessioni. Buchi e fossati profondi dove la verità rimane silenziata dalla complessità della terra, dagli abissi della Storia. Sono i bunker costruiti nell’assurdità delle logiche belliche, il loro riutilizzo durante il controspionaggio, le contrapposte associazioni alla ricerca dei nascondigli, le armi pronte ad essere “smurate”, la presenza di Gladio e della sua funzionalità confinaria. È la frontiera dove i segreti rimangono tali, sospesi tra il perimetro urbano e i limiti del Carso nascosto: cercarlo è un’operazione per svelarlo al mondo, trovarlo lo stupore delle meraviglie dimenticate.

L’articolo non può essere definito completo proprio per il fatto che moltissime vicende rimangono segrete e la loro spiegazione necessita di perenni approfondimenti, siano essi svolti grazie all’ausilio degli archivi, siano essi parte di narrazioni tramandate oralmente. Incamminatevi lungo il sentiero della curiosità: le scoperte saranno all’ordine del giorno.

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