Carso e Istria, una porta tra mondi: 5 cose da sapere

Il confine che divide il Carso è puntellato da insospettabili varchi che permettono il transito degli elementari bisogni che resistono alla base della condivisione umana. Più forti di ogni muro o barriera, questi luoghi – non sempre fisici o geografici, a volte affondano le radici nello spirito – molto spesso rimangono nascosti nell’ambiente, protetti dalle particolari geologie del territorio e custoditi dagli uomini di “buona volontà”. Zone a carattere laico, qualche volta hanno a che fare con le religioni, altre volte invece raccontano gli incontri tra le genti; una spirale capace di condurre il forestiero negli angoli dove si conservano e riposano le anime di chi ha contribuito a scacciare i fantasmi da questa landa. 

Prima di scalare le classifiche o addentrarsi nelle voragini delle cosiddette “porte tra mondi”, la premessa è d’obbligo: l’insieme condiviso dagli uomini e dalle donne del Carso, dell’Istria e più in generale dagli abitanti di questa frontiera, non è un concetto evanescente o una missione irrequieta di chi si incatena ai cancelli del palazzo delle ingiustizie. Mettere assieme mondi diversi significa battersi ogni giorno affinché specificità incomprensibili agli occhi dei visitatori diventino la normalità. 

Le difficoltà maggiori si incontrano quando ci si imbatte nella sovrapposizione di lingue distanti, o quando ci si trova di fronte a campisanti carsici che nel passato vennero tagliati in due, con tanto di filo spinato sulle tombe, da un confine di Stato deciso pressoché a tavolino; normalizzare le differenze per congelarle nella memoria e vivacizzarne gli aspetti contemporanei. Ma non è la Storia a farla da padrone, non esclusivamente. Il mare, le passioni e le visioni, tutto contribuisce a fare di questo lembo di terra una dogana gestita da contrabbandieri. Più i muri tentano di dividerla è più essa sintetizza anticorpi e vaccini capaci di rendere il Carso immune al virus della contrapposizione. È un’esperienza che va vissuta sulla propria pelle, prima che capita. 

p.s: i luoghi suggeriti in questo articolo sono cinque, ma rappresentano “solo” una traccia da seguire per chi posa per la prima volta la sua orma su questi sentieri. Andare un po’ più in là e curiosare negli archivi umani può stravolgere, in ogni momento, questa lista così misteriosamente meravigliosa.

1. La letteratura: i libri, le “ciacole” e le profondità delle parole

Tra gli elementi da considerare per iniziare a varcare i mondi che contraddistinguono la frontiera orientale d’Italia (e più in generale il Carso e l’Istria) c’è sicuramente l’aspetto letterario che fa leva sulla grande tradizione narrativa di quest’area. 

Vi forniamo una lista di volumi pubblicati tra il Novecento ed il XXI secolo che bene raccontano la “porta tra i mondi”. Sul Carso non possono mancare “Riscatto della povertà” dello scrittore inglese James Davis, “Il mio carso” di Scipio Slataper, “Andar per trincee sul Carso triestino, goriziano e sloveno” di Lucio Fabi e Roberto Todero; per quanto riguarda il rapporto tra i boschi e Trieste, e viceversa, non ci si può esimere dal leggere “Trieste selvatica” di Luigi Nacci, mentre sulla singola città valgono bene una lettura “Trieste sottosopra” di Mauro Covacich e “Trieste, un’identità di frontiera” di Angelo Ara e Claudio Magris (di cui va ricordato anche il capolavoro “Microcosmi”). C’è poi “Il gelso dei Fabiani” di Renato Ferrari e “Un anno di scuola” di Giani Stuparich, come pure “Cime Irredente” di Livio Isaak Sirovich e tutti i romanzi della scuola letteraria triestina, da “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo fino ad arrivare agli scrittori contemporanei come Susanna Tamaro e Paolo Rumiz. In merito ai “forestieri” che scrivono con maggior leggerezza rispetto a chi vive la scrittura come una sorta di distaccata corrispondenza giornalistica, Jan Morris ed il suo “Trieste. O del nessun luogo” è un volume fondamentale. Nell’era digitale, uno strumento utile è sicuramente facebook. A Trieste esiste un gruppo, che conta più di 25mila utenti, chiamato “Misteri e meraviglie del Carso” e che è diventato nel corso degli anni un vero punto di riferimento per chi è a caccia dei suoi angoli più nascosti e delle sue curiosità. 

Tornando alla letteratura, la lista dei titoli non è completa, ci mancherebbe. È così perché siamo convinti che i librai triestini (sia sloveni che italiani) potranno “guidarvi” nel viaggio per scoprire le ragioni che fanno di questo territorio un vero e proprio unicum.

2. I luoghi fisici: le sovrapposizioni tra ciò che appare e scompare

Uscite dal sentiero, perdetevi nella landa carsica tra giovani querce e sottobosco incendiato dai colori autunnali dello scotano: lì, a pochi passi potrebbe nascondersi qualcosa di misterioso, con sbuffi d’aria che provengono dal sottosuolo, o storie nate molto lontano e capaci di riemergere in superficie solo qui, sul Carso. La porta tra i mondi per eccellenza su questo confine è il fiume Timavo (Reka, Timava o Timav in sloveno e croato). Questo fiume, come raccontato magistralmente dal giornalista Pietro Spirito in “Nel fiume della notte”, ha numerose vite: nasce in Croazia alle pendici del monte Snežnik (Nevoso in italiano), percorre svariati chilometri fino ad inabissarsi negli inferi e riemergere con forza in località San Giovanni di Duino. Le bocche del Timavo, già cantate da Virgilio millenni orsono, rappresentano il punto di contatto e l’insieme che lega queste terre. Leggende parlano di Argonauti e di una spiritualità particolarmente presente, in un luogo al confine tra l’esoterico ed il reale. 

Anche nella zona a ridosso dei paesi di Repen e Trebiciano vi sono alcuni punti dove, quando piove abbondantemente, il Timavo sbuffa e riemerge. Si tratta della zona dell’abisso di Trebče e degli inghiottitoi nei pressi della grotta degli Archi, a sud di Monrupino (ma anche oltre la frontiera dove esistono gli inghiottitoi di Beka, che nulla hanno a che vedere con il Timavo). Anche qui, per individuarli, bisogna uscire dalla traccia indicata dai segnavia del CAI. 

Le sovrapposizioni e le condivisioni sono però visibili anche in superficie. Il villaggio di Bottazzo (all’estremità della val Rosandra) assomiglia ad una sorta di avamposto di frontiera, quattro case che fumano dai camini, una osteria che vive alti e bassi ed una sbarra di confine che fino al crollo del muro di Berlino rappresentò il limite tra il mondo occidentale e quello orientale. Oggi, dopo la disgregazione della Jugoslavia, questa località è passaggio della Rotta balcanica, affrontata dai migranti che dai campi profughi della Bosnia nord-occidentale si spingono in direzione dell’Italia. Una storia che ripropone il concetto di “porta tra i mondi”. 

La zona del monte Hermada (anche Ermada o Grmada) è l’immagine simbolo della Grande guerra sul Carso alle spalle di Trieste. Qui, tra camminamenti e trincee, il territorio racconta della prima linea del fronte carsico (come anche i cimiteri austroungarici di Aurisina e Prosecco) e di tutto ciò che vide il trapasso di quasi sei secoli di dominazione asburgica e il successivo arrivo italiano sul confine. Uno “stargate” nostrano per capire una delle numerose transizioni di potere in queste terre.  Un’ulteriore porta tra i mondi è rappresentata dai sentieri che collegano il Carso alla città. Come spiegato nell’articolo sulle donne che portavano a vendere il latte dall’altopiano a Trieste, queste tracce univano quelle che i triestini chiamano “le alte” (le alture carsiche) alla zona urbana.  

Esempi di congiunzione tra territori ce ne sono a bizzeffe: il fiume Ospo è la porta dove si incontrano le passate dominazioni viennesi alla Muggia governata per secoli dalla Serenissima. Tutti i valichi confinari tra Italia e Slovenia rappresentano varchi dove la cultura slava e quella latina si incontrano, come pure le gostilne (trattorie) slovene prese d’assalto dai gitanti della domenica e non. Un altro esempio che calza a pennello è il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico di Duino (United World College of the Adriatic), struttura scolastica dove giovani studenti provenienti da tutto il mondo hanno la possibilità di frequentare il “baccalaureato internazionale (il biennio finale delle scuole superiori), formandosi nel nome della fratellanza, delle diversità culturali e linguistiche e venendo proiettati verso future carriere diplomatiche o ruoli di vertice nella cooperazione internazionale. L’UWCA è uno dei 18 collegi ideati dalle Nazioni Unite per trasmettere, proprio nelle località che più di altre hanno sofferto le malvagità degli uomini, una cultura di pace e solidarietà. 

Ripercorrendo le antiche vicende, a qualche decina di chilometri da Trieste si erge il monte Nanos, curioso panettone di quasi 1400 metri di altitudine. La valle del fiume Vipava (Vipacco in italiano) rappresenta il varco d’entrata di buona parte di quelle invasioni barbariche che misero la parola fine all’Impero romano d’occidente. È un largo punto d’accesso che si apre naturalmente nella catena alpina orientale, ben visibile dalle alture carsiche e meta delle classiche scampagnate in giornata. Immaginare le orde barbariche impegnate ad attraversare questo territorio, prima di mettere sotto scacco Aquileia (con la successiva fuga dei suoi abitanti verso la laguna di Venezia e la storia che li vorrebbe fondatori della città galleggiante) e poi il caput mundi, potrebbe suscitare la curiosità di più di qualche visitatore. Un varco che dal passato ci ricorda i varchi del presente.  

Infine, un altro esempio assolutamente meritevole di menzione è il cimitero di Merna, a qualche chilometro a sud di Gorizia. In questa località, dopo il secondo conflitto mondiale il camposanto venne letteralmente diviso in due da un filo spinato, posizionato nel suo perimetro in barba a quelle che dovrebbero essere le leggi sulle quali basare l’umana comprensione. Con la caduta del muro di Berlino e la conseguente disgregazione della Jugoslavia, anche i morti di Merna possono riposare in pace ed “invitare” le persone a visitare questo luogo non più simbolo di contrapposizione, bensì culturale condivisione del proprio passato. 

3. Il mangiare: sul Carso ci si parla anche con la bocca piena

La cucina triestina è una delle principali porte tra mondi diversi. La preparazione di piatti “di mare” (pesce, crostacei, molluschi cucinati in mille modi) si accosta alle prelibatezze che giungono dagli ambienti austriaci, tedeschi e slavi. Verdure, carne, il bollito misto, i vini coltivati sulle terrazze a strapiombo sull’Adriatico, ed ancora, le zuppe dai nomi singolari (come la celebre jota), spezzatini assimilabili al goulasch ungherese, fino alle versioni nostrane come la calandraca.

La cucina di questi luoghi è descritta con precisione per nei libri “Xè più giorni che luganighe” di Vesna Gustin, dedicato in particolare alla cucina carsolina e  “La cucina triestina” di Maria Stelvio (un volume di cui le edizioni non si contano più). Entrambi i volumi manifestano la fusione di mondi lontani che sono stati capaci di sposare le diverse anime di quest’area geografica. 

Dai mercati tradizionali, alle produzioni enogastronomiche locali, per arrivare fino alle botteghe rionali o alle sagre estive (dove i triestini adorano pietanze come i čevapčiči, ricetta di origine balcanica accompagnata da una salsa di peperoni chiamata ajvar), il sedersi a tavola tra il Carso ed il mare è un modo come un altro per scrutare l’orizzonte ed immaginare, rimanendo ancorati alle radici orientali, il proprio futuro.  

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4. La scienza: soluzioni per il mondo intero

Era il 1964 e lo scienziato di origini pakistane Abdus Salam decise di fondare a Trieste il Centro internazionale di Fisica teorica, una sorta di testa di ponte che diede il ‘la’ per realizzare la città della scienza. Nel corso degli anni, alla struttura di Grignano si aggiunsero l’Area Science Park, il Sincrotrone, la Scuola Internazionale di Studi Superiori ed Avanzati (SISSA), l’International Centre for Genetic Engineering and Biotechnology e numerosissime start-up che mettono in evidenza lo spirito scientifico capace di attrarre centinaia di ricercatori ogni anno. Da qui passano premi Nobel, scienziati di fama mondiale e, più in generale, uomini e donne che nel nome della visione di Abdus Salam: promuovere gli studi nel campo della fisica e della matematica tra gli studenti dei paesi in via di sviluppo, per favorire lo scambio di idee e la collaborazione tra i diversi paesi del mondo. Vera e propria energia (rinnovabile, che domande) per mettere assieme le diversità e produrre soluzioni per tutti, senza alcuna distinzione di razza, religione, orientamento sessuale o opinioni politiche. Insomma, una porta tra mondi. 

5. Il vostro racconto: la missione dell’uomo venuto da lontano

La porta tra mondi più importante è quella condivisa da chi visita queste zone con gli amici e i conoscenti una volta rientrato a casa. Il Carso, Trieste, il territorio del confine orientale d’Italia ha bisogno di essere trasmesso grazie alle testimonianze di chi ci mette piede per la prima volta. Gli spunti forniti in questo articolo servono a costruire la base da cui partire: tutto il resto – grazie a fonti attendibili, progetti e prodotti autorevoli e costruiti senza preclusioni ed in assenza di pregiudizi ideologici – va edificato da voi. Nel rispetto di ciò che è stato (e di ciò che ancora oggi sopravvive) ma per far sì che le contrapposizioni passate lascino spazio ad una sempre maggiore consapevolezza riguardo al necessario concetto di “porta tra mondi”. 

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