Cinque luoghi magici da scoprire a piedi in Carso

Camminare non restituisce esclusivamente una vista sulle bellezze del paesaggio, bensì può venire in aiuto anche di chi è alla ricerca delle magie del sottosuolo e della loro particolare geologia. Girovagando lungo la fitta rete di sentieri che compongono un’unica e lunga traccia da percorrere a piedi, nell’area del futuro geoparco del Carso ci si può imbattere in calcaree e naturali concrezioni come i cosiddetti  ‘campi solcati’, scoprire la storia del misterioso fiume Timavo e mettere un piede dopo l’altro su confini geologici che qui, tra l’Adriatico e l’altopiano, regalano repentini cambi di paesaggio unici nel suo genere.

La zona delle risorgive, infatti, è tipica del punto dove il Carso incontra il flysch, permettendo alle acque una risalita in superficie che ha affascinato viandanti, popolazioni locali e grandi poeti. Le grotte, cavità che si incontrano a bizzeffe sull’altopiano ma non solo, sono uno dei punti di maggiore attrazione per i visitatori, siano essi a piedi o in sella alle due ruote. Canyon come quello della val Rosandra (“Glinsčica”, in sloveno) o valli dove svernano stormi di fenicotteri, per non parlare delle contaminazioni linguistico-culturali, diventano quindi elementi di uno stesso grande quadro: è l’acqua che incontra la terra o l’Adriatico che convola a nozze con il Carso, decidete voi.

Le risorgive del Timavo

Luogo di eccezionale mistica, le foci del fiume più misterioso d’Europa rappresentano una location che nessun viandante può permettersi di perdere. Cantate da Virgilio (il poeta racconta di come lo scrosciante rumore delle sue acquee fosse udibile anche da molto lontano) e immaginate come punto d’approdo del leggendario popolo degli Argonauti, le foci del Timavo nascondono segreti che sprofondano nelle viscere della terra e che da decenni la scienza tenta di spiegare.

Il fiume nasce sul confine tra Croazia e Slovenia, alle pendici del monte Snežnik (Nevoso in italiano) e a metà strada tra Trieste e la città di Fiume (“Rijeka” in lingua croata). Dopo essersi inabissato, percorre un lunghissimo tratto nel sottosuolo, per poi sfociare proprio nei pressi della chiesa medioevale di San Giovanni in Tuba. L’antica presenza di un’architettura religiosa in questo luogo aggiunge una dimensione spirituale al sito. Tutt’attorno si può camminare senza soluzione di continuità, spingendosi verso i sentieri che conducono al Villaggio del Pescatore (importante sito paleontologico di fama internazionale) e in direzione dell’abitato di Duino. Qui, a due passi dal celebre castello di proprietà dei principi Torre e Tasso, inizia il sentiero dedicato al poeta Rainer Maria Rilke. La traccia in questione – senza ombra di dubbio – è uno degli elementi che meglio caratterizzano la fusione tra l’acqua e il Carso. Un po’ come se dopo tanto buio, si uscisse a riveder le stelle. Sul mare, che parole.

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I campi solcati di Borgo Grotta Gigante

Sono lì da oltre 70 milioni di anni. Sono delle formazioni carsiche che si trovano a pochi passi dall’abitato di Borgo Grotta Gigante – località che deve il nome alla presenza della celebre cavità carsica che grazie alle sue dimensioni, potrebbe essere capace di ospitare la cupola della chiesa di San Pietro. Molto spesso, chi cammina non li nota e non destano particolare interesse nell’escursionista. Tuttavia, nonostante la superficiale curiosità possa coinvolgere pochi appassionati, queste particolari formazioni geologiche nascondo piccoli segreti: per riconoscerli, si rendono necessarie alcune dettagliata spiegazioni.

Detti così anche per la somiglianza a campi carreggiati (dal tedesco “karrenfeld”), i campi solcati sono caratterizzati da solchi o crepacci che a volte possono assumere dimensioni molto profonde. Al loro interno si possono individuare – facilmente, sono visibili – alcune vasche di corrosione, scannellature e alcuni fori di dissoluzione. Campi solcati più o meno visibili e vasti si trovano in diverse zone del Carso, anche se non sempre suscitano l’interesse delle masse. Sono residui di un passato inimmaginabile. Nessuno (o quasi) li nota, eppure sono lì, a testimonianza di un tempo in cui il Carso come lo conosciamo oggi, neanche non esisteva.

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Torrioni di Monrupino

Se i campi solcati possiedono un’età di circa 70 milioni di anni, per queste particolari formazioni presenti nel territorio di Repen (“Monrupino” in italiano), allora bisogna aggiungerne altri dieci. Formatesi nel periodo del Cretacico superiore, queste torri sono visibili nell’area dove è stato eretto, in tempi molto recenti se comparato con la loro età, un monumento ai caduti. L’azione dell’acqua piovana, nel corso di milioni di anni e non sempre con uguali conseguenze, ha ridotto le dimensioni di questi torrioni. In altri casi invece, alcuni frammenti sono stati utilizzati come materiali da costruzione dalle popolazioni residenti. Un po’ come per i campi solcati, anche i torrioni di Monrupino nascondono una storia decisamente particolare. Nel guardarli con scetticismo potrebbero non suscitare alcun interesse; ad osservarli da vicino (con curiosità e perché no, romanzandone le caratteristiche) si potrebbero addirittura definire le colonne portanti di questo territorio, una sorta di consesso di vecchi saggi a guardia del Carso.

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Il flysch della val Rosandra

Imboccando il sentiero che dalla trattoria di San Lorenzo (Jezero) precipita verso la val Rosandra, tra terrazzamenti abbandonati e nuvole di lucciole estive, ad un certo punto ci si imbatte in formazioni geologiche che per la prima volta, regalano un’immagine del Carso relativamente “rotondeggiante”. In alcuni punti il calcare lascia infatti spazio al flysch – quando questo avviene in prossimità del mare ecco che si creano zone di risorgiva – e in questa occasione, si sono formate alcune piccole collinette che sembrano quasi sabbiose.

Dopo tanti chilometri di sentieri duri e contornati da Carso impervio, questa zona diventa un morbido viatico per poter immergersi nelle acque del torrente Rosandra. Poco sotto, il sentiero incontra il vecchio tracciato ferroviario della Trieste-Erpelle, trasformato in pista ciclabile e che conduce gli escursionisti verso la frontiera. Il flysch della Glinsčica serve al visitatore che viene da fuori anche e soprattutto per capire che il Carso, come tutto il confine orientale, non vive sovrapposizioni e contrasti di natura esclusivamente culturale o, nel peggiore dei casi, politici. La ricchissima diversità di questo altopiano si riproduce anche e soprattutto nella sua geologia. Che in fondo è Storia anch’essa.

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Acqua dolce in acqua salata

La composizione geologica menzionata in occasione del punto di contatto tra calcare e flysch non fa riemergere le acque del sottosuolo esclusivamente nella zona della foce del fiume Timavo. Se da un lato il mainstream è rappresentato dall’area nei pressi di San Giovanni in Tuba, quello che gli inglesi definirebbero l’off the beaten track (lontano dalle piste battute) si manifesta in alcuni luoghi già accennati nelle spiagge più suggestive.

Ci sono alcuni tratti di costa dove dal sottosuolo emergono delle risorgive d’acqua dolce che si mescolano all’acqua salata del mare. La zona litoranea dopo il porticciolo dei filtri (o “brojenca” in sloveno) è una di queste: alcune centinaia di metri dopo essersi lasciati alle spalle i laboratori di biologia dell’Osservatorio di Geofisica Sperimentale, si giunge in una spiaggia dai ciottoli bianchi adombrata da macchia mediterranea. Aguzzando la vista e lasciandosi trasportare dal racconto, in prossimità della battigia, dove il mare risuona la fisarmonica della risacca, ecco che si possono notare delle risorgive. La temperatura delle acque che dal sottosuolo carsico riemergono con forza è decisamente più fredda rispetto a quella del mare. Come per gli altri fenomeni geologici del Carso, se da un lato possiedono un fascino indiscutibile, dall’altro in pochi ne conoscono le peculiarità. Stupirsi di fronte alla forza della Natura, al contrario, può permettere a tutti di riconoscerne i tratti distintivi. Innamorarsene, significa far sì che essa possa sopravvivere per sempre.

Scarica la guida “geovagando in Friuli Venezia Giulia”, un viaggio geologico alla scoperta dei geositi del Carso Classico, a cura della Direzione Centrale Ambiente ed Energia della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.

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